La costruzione:
Il bragozzo, costruito nello squero mediante i sesti (sagome
prefissate, che servivano a ricavare le corbe, cioè le ordinate
dello scafo), verso la fine dell'ottocento era lungo 12
metri e mezzo, largo 3,15 e alto 1,05 metri aveva boccaporto
centrale a proravia, uno a poppavia e un portello a prua.
Il timone raggiungeva la lunghezza di quasi 4 metri. La
fase di costruzione iniziava con le aste di prora e di poppa
in legno di rovere molto robusto, cui poi erano fissati
i magieri (i corsi del fasciame). L' ossatura dello scafo
era costituita dalle còrbe. Tra i magieri di prua e di poppa
erano posti i mancoli d'ormeggio. Il fasciame veniva piegato
con il fuoco, ottenuto bruciando una qualità di canna palustre:
il legno era riscaldato e, tenendolo sempre umido con fango,
si cercava di dargli la curvatura voluta. Terminata la coperta,
si procedeva alla rifinitura e poi alla calafatura, effettuata
per mezzo di stoppa catramata, inserita negli interstizi
mediante appositi scalpelli e battendo con un grosso martello,
detto magio. Quindi lo scafo era ricoperto all'interno e
all'esterno di pece (la pégola). Poi si fissava l'albero
di maestra, cui provvedeva l'alborante ed erano issate le
vele, confezionate dal velèro oppure tagliate e cucite dagli
stessi uomini, mentre alle reti da pesca provvedevano le
donne della famiglia. Particolare attenzione era riservata
alla costruzione del timone, la parte più robusta dell'imbarcazione,
poiché svolgeva anche, in parte, le funzioni della chiglia:
per costruirlo si usava una nutrita schiera di attrezzi:
morsetta, pialla, verìgola, mazzuola e martello. Non mancava
a prua del bragozzo il fogòn, ossia il braciere costituito
di solito da una semplice cassa rettangolare foderata di
lamiera di zinco, che serviva per la cottura del cibo. Lo
scafo di un bragozzo risultava molto robusto e resistente
alle continue sollecitazioni, consentendo l'utilizzo di
questa imbarcazione anche nelle più difficili situazioni.
Le vele:
La vela è sempre stata il simbolo, l'emblema caratteristico
e più appariscente del bragozzo chioggiotto, tanto è vero
che il vigariolo (un pescatore divenuto avvistatore marittimo)
riconosceva a distanza i vari paroni dei bragozzi dal colore
e soprattutto dalle raffigurazioni dipinte sulle vele. Normalmente
le vele dei bragozzi chioggiotti alla seconda metà dell'800
erano due per quelli di misura maggiore e una per quelli
di misura minore. Le vele di poppa e di prua (de tronchéto)
erano al terzo, qualche volta compariva anche il fiocco.
Erano gli stessi pescatori o le loro donne che confezionavano
la vela, cucendo insieme 34-35 sfèrzi (cioé teli), non senza
aver prima praticato col coltello il taglio di sotto, per
darle la giusta obliquità. Poi gli uomini si interessavano
di armarle. Esse venivano armate nel tradizionale sistema
di origini remote, che si può far risalire all'epoca delle
galere , e definito come armatura alla pescatora: così era
possibile far assumere alla vela anche una certa forma a
sacco, che consentiva di sfruttare meglio il vento con andature
di bolina. Quando il vento era forte si utilizzavano i metafioni,
cioè dei cavetti penduli fissati alla vela, posti su file
orizzontali. Quindi si procedeva alla dipintura delle vele
usando i colori più facili da reperire ai quei tempi: l'ocra,
il rosso mattone, il nero e a volte l'azzurro, il verde
e il marrone. La colorazione delle vele veniva fatta con
la teréta, colore in polvere, che veniva sciolta in acqua
di mare; esse venivano poi poste al sole ad asciugare, quindi
gettate nell'acqua di mare per togliere la polvere lasciata
dalla pittura ed infine esposte ancora al sole perché asciugassero
definitivamente ed essere così pronte per l'uso.
Le decorazioni:
Un tempo lo scafo dei bragozzi veniva abbellito con varie
decorazioni. A prua erano dipinte ad olio figure alate nell'atto
di suonare la tromba, dette ànzoli (Angeli), o soggetti
sacri, insieme, ai lati, alle pesséte che, se contornate
o incorniciate, dette bòli. Scopo di questi dipinti era,
ovviamente, quello di ottenere la protezione dei Santi o
della Madonna. Altri dipinti piuttosto comuni erano: colombe
bianche col ramo d'ulivo, dischi solari, piccoli occhi (questi
ultimi di chiaro significato apotropaico). Si tratta di
tradizioni di origine cristiana o egiziana. Spesso i pescatori
chioggiotti personalizzavano le loro imbarcazioni con disegni
geometrici molto semplici sulle fiancate e sulle impavesate
o con a prua stemmi o bandiere relativi al luogo di provenienza.
Una parte del testo è stata tratta dalla pubblicazione
CHIOGGIA ITINERARI STORICO-ARTISTICI
di Gianni Scarpa e Sergio Ravagnan